Reishiki - L'Etichetta
Prima parte - Generalità
PREAMBOLO
Prima di introdurre lo studio propriamente detto del REISHIKI, sembra utile
ricordare la differenza essenziale e, potremmo dire, esistenziale, tra il
BUJUTSU inteso come ARTE MARZIALE e il BUDO, di cui la traduzione più
fedele
sarebbe DISCIPLINA o VIA MARZIALE. In effetti, ciascuno dei due dispone di un
reishiki, ma con differenti finalità. Nel primo caso, il comportanento
ed i
gesti sono condizionati dalla necessità di poter rispondere
istantaneamente ed
efficacemente alla minima minaccia, al più piccolo cenno di aggressione;
mentre
nel secondo caso, data la connotazione non guerresca, il rispetto
dell'etichetta è dettato da considerazioni d'ordine essenzialmente
spirituale.
In sostegno di questa tesi, proponiamo qualche passaggio del libro di Donn F.
Draeger "Budo classico".
pp. 37-41
"
La nascita del budo classico fu rilevata dalla modifica della parola "bujutsu",
la denominazione dell'ideogramma di "justsu" - "arte" - che venne cambiata in
"do", la "via". Tale innovazione annunciava il desiderio dell'uomo di coltivare
una consapevolezza della propria natura spirituale attraverso l'esercizio di
discipline che lo avrebbero condotto a uno stato di realizzazione dell'Io.
È
questo l'obiettivo che è alla base della differenza principale tra una
disciplina marziale classica qualificata come "jutsu" e una definita "do".
In origine il bujutsu, o arti marziali, era improntato maggiormente a imprese
di natura tecnica. Durante il periodo Tokugawa, tuttavia, quando l'esigenza e
la cura delle tecniche di combattimento diminuirono, emerse la fase dell'"arte"
del "dimenticare la tecnica", del "dimenticare l'Io". Si tratta del livello del
do. L'etica di questa fase venne chiaramente espressa da Yagyu Tajima no Kami:
"Tutte le armi volte a uccidere sono nefaste e non debbono mai essere usate, a
eccezione di circostanze di estrema necessità. Se mai qualcuna
dovrà essere
usata, tuttavia, che sia solo per punire la malvagità e non per privare
quacuno
della propria vita. L'apprendimento è il primo requisito necessario per
comprendere tale concetto. Non si tratta però di mera erudizione, quanto
di un
varco attraverso il quale si viene condotti nel luogo adatto a conversare con
il mastro. Il maestro è il Tao, la verità".
Sebbene abbia origine dalla stessa base tecnica del bujutsu, il budo classico
non venne creato per essere al servizio del guerriero nel corso del
combattimento. Alcune forme del bujutsu, ma non tutte, furono modificate per
l'addestramento al budo e rimodellate in senso metafisico. Laddove il bujutsu
enfatizzava la forma da utilizzare al fine di ottenere un risultato efficace
nel combattimento, il budo sottolineava per contro la forma della quale
avvalersi comme mezzo per acquisire l'autoperfezionamento. L'addestramento nel
budo si reputava pertanto mirato a "valori più elavati" di quelli del
bujutsu.
Essendo nati in un periodo di pace, e non dovendo sostenere prove di
combattimento, la maggior parte di coloro che contribuirono allo sviluppo del
budo ritenevano che rinunciando agli intenti guerreschi del bujutsu, non
sarebbe andato perso nulla di essenziale.
...
Occorre comprendere, tuttavia, che il budo non sorse quale genere di
divertimento sociale, di sport o come metodo per esibire la mera maestria di
natura estetica. Esso intendeva essere un complesso di discipline austere che
impegnano ed educano la mente in modo diretto, e che si pongono al servizio
della propria vita quotidiana attraverso un processo di addestramento specifico
e prolungato. Il budo classico, infatti, si propone di essere un qualcosa di
ordine pratico, di fornire un modello di comportamento per la vita e l'Io.
Intraprendendo lo studio del budo per divertimento o per capriccio, è
impossibile giungere alla vera conoscenza. Il fine della perfezione dell'Io
richiede tempo e sacrificio, e attenersi all'insegnamento impartito è
sempre
più importante dell'avere fretta. I fondatori dei vari sistemi del budo
classico prescrivevano certe discipline al fine di aprire l'occhio della mente.
Tali discipline sono analoghe al puro misticismo introspettivo: è
possibile
penetrare l'esperienza mistica solo attraverso la partecipazione diretta. La
legge della partecipazione, alla quale obbediscono tutte le discipline
classiche, non consente alcuna eccezione. Il budo classico rivela il proprio
significato solo a coloro che danno prova di essere solerti e impiegano mente e
corpo in un addestramento rigoroso. Per gli altri, "la via", o do - il "fuoco
della verità" - rimarrà sempre chiusa. Ma anche per coloro che
sono già
"entrati", occorreranno molti anni di stoico addestramento per conseguire una
valutazione reale del significato del budo classico.
I padri del budo classico consideravano la forma quale forza attiva nella vita
giornaliera dell'uomo. Essi scelsero e adattarono alcuni aspetti della forma
sviluppati in precedenza dai bushi tradizionali per l'impiego nel bujutsu. Tale
adattamento non fu casuale. I creatori del budo erano infatti geni
singolarmente creativi. Le azioni specifiche delle tecniche utilizzate nelle
discipline del budo erano quelle che più verosimilmente sono
suscettibili di
condurre a un'intensa concentrazione. Ogni movimento veniva considerato come
l'espressione naturale dell'uomo in azione. Tutti erano sottilmente connessi
tra loro in modo tale che se uno degli elementi maggiori fosse stato rimosso,
l'azione risultante sarebbe stata considerevolmente indebolita nella ricerca
della perfezione spirituale.
...
Considerare gli stili del budo classico una religione rappresenta senza dubbio
un errore. Non si tratta di una cerimonia o di un rituale, o di uno strumento
per l'esercizio dell'etichetta, né sono previsti atti di abilità
o destrezza
eseguiti per fini religiosi o solenni. È vero che il budo classico si
basa su
ciò che equivale a una pratica religiosa, ovvero la devota aderenza agli
aspetti manuali della forma, ma il fine principale è quello di tirare con
l'arco, di saper maneggiare la spada o le altre armi ; queste debbono essere
utilizzate spiritualmente, secondo il principio informatore "un colpo, una
vita". Laddove manchi tale presupposto, qualunque azione risulterà priva
di
significato.
L'essenza delle convenzionali regole di comportamento del bushi tradizionale si
fonda sull'autodifesa. Ma tale etichetta rappresentava solo un fattore di
secondaria importanza, un esercizio di equilibrio e compostezza. Se non si
è in
grado di comprendere questo concetto, il bujutsu classico rimane privo di
significato, una vana cura della forma. Per esempio, quando il guerriero
tradizionale, nell'assumere la posizione seduta-inginocchiata (seiza) o
accosciata (iai-goshi), appoggiava prima il ginocchio sinistro (una questione
di forma, in merito alla quale non era tollerata alcuna eccezione), lo faceva
giacchè in caso di necessità sarebbe stato in grado di sguainare
rapidamente la
spada che portava sul fianco sinistro. Questa affascinante posizione era quindi
condizionata dalla necessità pratica di potersi muovere il più
velocemente
possibile nell'eventualità di una minaccia incombente. E quando si
alzava in
piedi, il ginocchio destro precedeva il sinistro così da poter estrarre
la
spada senza impedimenti.
I fondatori delle discipline del budo classico tendevano a ignorare i
significati militari celati dietro l'uso che faceva il guerriero della forma
fisica e dell'etichetta; adottando i modi tipici del guerriero, infatti, essi
attribuivano la massima importanza all'etichetta, ma non all'utilità. La
cortesia è importante quanto la condotta nell'esecuzione nelle tecniche
di budo
classico, in quanto contribuisce a sviluppare l'eleganza del movimento
perfezionato e la serinità, ed è connessa con la crescita
dell'uomo totale.
Nell'insistere sulla corretta forma fisica, nel senso sia della tecnica sia
dell'etichetta, i rappresentanti delle varie forme del budo classico
garantivano il conseguimento dell'autodisciplina di livello più elevato.
Sebbene il budo classico si fondi sulla forma e in assenza di questa possa
esistere solo in teoria, essa non è che un elemento esteriore o visuale
del
budo. Vi è altresi un fattore spirituale che va preso in considerazione.
La
forma non è che la materializzazione dello spirito, ed è pertanto
caratteristico delle discipline del budo classico ricercare l'essenza che si
cela dietro la forma stessa. La forma costituisce la cornice di ciò che
ne
scaturisce : l'attività dello spirito ; tralasciare la forma significa
che non
vi è più nulla che possa servire il suo "detentore", lo spirito.
Il dominio
della forma non è che un elemento, per quanto importante, del quale
occorre
assicurarsi lungo "la via". Alla fine, la forma verrà abbandonata,
così da
poter raggiungere lo stadio finale della crescita personale: la perfezione
dell'Io.
Il budo classico costituisce una testimonianza della trasformazione delle
tecniche basate sul senso comune e secoli di esperienza nel combattimento in
"sistema di vita" pacifico. La concezione etica confuciana dell'organizzazione
sociale si riscontra nei sistemi del budo soprattutto nel rilievo attribuito
alle responsabilità sociali dell'uomo. Partendo dagli elementi taoisti,
il budo
sottolinea ciò che vi di naturale e spontaneo nell'essere umano. In tal
modo,
esso agisce come veicolo di educazione morale e sovramorale e, in quanto tale,
viene considerato non come uno strumento per uccidere, ma come mezzo attraverso
il quale l'individuo può aspirare alla perfezione morale. Tale risalto
alla
sfera morale delle attività umane costituisce una caratteristica
fondamentale
del budo classico. Sebbene il bujutsu e il budo tradizionali condividano
l'interesse per la moralità, sono le differenze nelle priorità
attribuite agli
atti morali che li distinguono. Considerando il bujutsu e il budo come forme
tridimensionali, si evidenziano infatti le seguenti priorità:
-
bujutsu classico : 1) combattimento, 2) disciplina, 3) moralità
-
budo classico : 1) moralità, 2) disciplina, 3) forma estetica.
L'emergere del budo classico fu favorito dai mutamenti sociali verificatisi
durante il periodo Edo. Di conseguenza, ciò che un tempo veniva
utilizzato come
addestramento per la battaglia (bujutsu) da parte dell'oligarchia aristocratica
(i guerrieri tradizionali), fu modificato in modo tale da diventare la base per
un sistema di preparazione che l'uomo comune avrebbe potuto adottare anche
nella vita quotidiana (budo).
"
Capitolo 8 - p. 138
"I loro esercizi sono battaglie senza spargimento di sangue."
Giuseppe Flavio
...
"È certamente vero che il budo classico è stato creato da uomini
che cercavano
di fuggire dalle pastoie sociali della società feudale. Ma l'esponente
moderno
delle discipline classiche non deve aspettarsi di entrare e quindi di rimanere
al di là del mondo sociale attraverso la pratica di queste discipline.
Una
peculiarità delle forme del do classico è che conducono l'allievo
a cercare la
libertà, ma in conformità con il vincolo sociale. Egli si
è offerto
spontaneamente (è importante non dimenticare questa motivazione
essenziale) per
percorrere "la via", essendo consapevole che il significato della vita risiede
nel fare, nel processo del fare, piuttosto che nel risultato finale, nel
compimento ultimo. Solo con questa disposizione d'animo riuscirà a
elevarsi al
di là del mero Io e a raggiungere l'autorealizzazione.
Alcuni commettono l'errore di criticare lo stesso budo classico, piuttosto che
le carenze di alcuni dei suoi sedicenti seguaci, come gli allievi che
intraprendono lo studio di queste discipline senza lo spirito adeguato. Le
persone superficiali troveranno il superficiale ovunque vadano, ma l'essenza
del budo classico ha un'interiorità inesplorata. Secondo un vecchio
proverbio
giapponese, "solo il pesce più forte osa nuotare in alto mare", e lo
stesso
vale per l'esponente che fa del budo classico lo studio di tutta una vita.
Queste discipline diventano uno stile di vita per lui, non un mero impegno
parziale; diventano un modo di percepire, di fare, di essere. L'esponente deve
apportare costantemente allo studio qualcosa che provenga dal suo Io interiore,
e pensare che dovrà dare sempre più di quanto si aspetti di poter
ricevere.
Il budo classico non è un qualcosa di poco conto iniziato per
divertimento o
per capriccio. E non va intrapreso per puro piacere personale o come
passatempo. Coloro che intendono utilizzare il dojo per puro esibizionismo, per
pavoneggiarsi, per arrivismo, per fare quattro chiacchiere o qualche
pettegolezzo non sono ancora riusciti ad afferrare il fatto che la
profondità
del budo classico supera l'amore per l'Io. Il budo classico è figlio dei
valori
giapponesi tradizionali, il carattere oggettivo dei quali è di ordine
culturale. Per un non giapponese che non intende essere "giapponesizzato",
è
consigliabile evitare di intraprendere lo studio del budo classico,
giacché la
sua disciplina opera conformemente a uno stile marcatamente giapponese. Se il
budo classico dovesse essere cambiato per conformarsi alle inclinazioni delle
società non giapponesi, non sarebbe più il budo classico
giapponese.
Nel budo classico, è lo spirito dell'autoperfezione, piuttosto che
dell'autodifesa, a rappresentare il valore supremo. Queste discipline non sono
volte a servire quali sistemi di autodifesa, e a riprova di questo vi è
infatti
da considerare che i massimi esperti sono rinomati più per aver
perfezionato la
propria indole, che per l'abilità nel combattere. Se è un sistema
di autodifesa
che il lettore intende trovare, è consigliabile allora che cerchi nel
campo del
bujutsu classico o delle moderne discipline derivate, sviluppate proprio a tale
scopo."
Mi è sembrato preferibile mettere questo estratto, un po' lungo in
verità, come
preambolo piuttosto che alla fine della mia esposizione perché si
è rivelato
indispensabile per cogliere il senso e lo scopo del reishiki. Se il praticante
vuole comprendere la ragione d'essere del reishiki, dovrà far sua l'idea
che
intraprendendo lo studio di un budo - e M. Ueshiba ha concepito l'Aikido in
questo senso - si impegna sulla via, lunga ed incerta, del perfezionamento del
suo essere. Altrimenti, la pratica non sarà che "una vana cura della
forma",
per quanto dotato possa essere il praticante stesso.
In effetti, come potrebbe egli essere interessato a sapere perché saluta
il
muro sul quale è affisso il ritratto di O'Sensei all'inizio e al termine
di
ogni corso ? Perché dover sistemare correttamente gli zori prima di
salire sul
tatami? Perché salutare l'avversario prima e dopo aver lavorato con lui?
Perché
preparare le armi ogni volta senza necessariamente sapere se saranno
utilizzate? Perché piegare accuratamente la sua hakama finita la lezione?
Perché salutare la sua spada? A queste e molte altre domande il
praticante
dovrà cercare di trovare una risposta, se vuole approfondire il senso e
lo
scopo della sua pratica.
Sovente trascurata da un gran numero di praticanti, per ignoranza o
indifferenza, l'etichetta riveste un ruolo di importanza primaria, anche quando
non si riscontri un'applicazione marziale. E tra l'altro non è
appannaggio del
budo giapponese. Già: potremmo immaginare un grande Chef, che dando per
scontata la bontà e la nomea della sua arte culinaria, si metta a
servire le
sue specialità nella casseruola dove sono state preparate? Certo non
sarebbero
meno succulente. Ma proprio per questo devono essere presentate nel modo
migliore, non fosse altro che per valorizzarle ancor più. Una loro
accurata
presentazione, dunque, concorrerà a creare l'ambiente ideale
perché possano
essere pienamente e totalmente apprezzate. Un allestimento, in apparenza
inutile, denota la ricerca deliberata di raffinatezza, delicatezza ed armonia,
fino al più piccolo dettaglio. Questa ricerca, esattamente come lo
studio della
tecnica, fa parte integrante della Via, del DO, nel senso che ci aiuta a
prendere coscienza di ogni minimo fatto e gesto e, per estensione, a prendere
coscienza del nostro posto nell'Universo.
È noto che grazie all'apporto dello Zen, la civiltà giapponese ha
spinto
quest'arte della raffinatezza sino al parossismo: un esempio su tutti è
la
cerimonia del thè (CHA-DO), visto che la degustazione ne costitiuisce la
parte
certamente meno importante.
È vero che l'indifferenza è un stato di spirito che il solo
sapere non può
trasformare, ma con questo scritto ci si augura almeno di alzare il velo
dell'ignoranza fornendo qualche risposta, o qualche suggerimento, capace di
aprire gli occhi ai praticanti su questo aspetto della Via in apparenza
inutile. Inoltre, l'osservanza del reishiki non richiede nessuna attitudine
fisica o intellettuale particolare ma soltanto l'apertura e la
disponibilità di
spirito di colui che la segue.
In un primo tempo tratteremo alcuni dei diversi aspetti dell'etichetta:
accademico, etimologico (giapponese), filosofico, spirituale, metafisico…
In
una parola, il "perché" del suo esistere. Poi abborderemo il "come",
organizzandolo in tre capitoli:
-
l'etichetta personale - quindi in rapporto a sé stessi, alla propria
persona,
-
l'etichetta in rapporto alla pratica - alla comunità dei praticanti, al
dojo,
etc.
-
l'etichetta in rapporto alla società - alla comunità degli
uomini.
Ben inteso, l'argomento sarà sviluppato principalmente in funzione dei
criteri
propri al budo, ma vedremo come questo possa oltrepassare largamente il
contesto del dojo.
1 - Perché l'etichetta? - Definizioni
L'etichetta è l'insieme delle forme cerimoniali che sottolineano i
rapporti tra
i particolari e che costituiscono le regole di comportamento e di convenienza
da osservarsi in un dato contesto come ad esempio la corte di un monarca, un
luogo di culto, una qualunque celebrazione profana o religiosa, sociale o
privata. Questo per quanto riguarda la sua definizione formale ed accademica.
È importante precisare che l'etichetta va considerata in rapporto alla
storia e
alla struttura del gruppo o della società che l'ha istituita, ma che
implica
necessariamente un'esperienza esistenziale. In più, come ciascuno
avrà potuto
constatare, molte realtà possono coesistere in una stessa cultura.
Nella civiltà giapponese, esistono molte parole concernenti l'etichetta :
REISHIKI, REIHO, REIGI, REIGI SAHO.
Tutte queste parole sono composte dall'ideogramma REI che significa
letteralmente "saluto".
SHIKI significa "cerimonia". REISHIKI si potrebbe dunque tradurre con
"cerimoniale".
HO significa "legge". REIHO sarebbe dunque "l'etichetta" propriamente detta
poiché si tratta delle leggi che regolano il "saluto".
REIGI è il termine usato da N. Tamura nel suo libro "AIKIDO -
étiquette et
transmission":
"
REI si traduce semplicemente "il saluto".
Ma REI riunisce le nozioni di educazione, cortesia, gerarchia, rispetto e
gratitudine.
REIGI (l'etichetta) è l'espressione del mutuo rispetto all'interno della
società. E lo si può anche considerare come un mezzo per
comprendere la propria
collocazione nei confronti degli altri.
Si può dire dunque che è il modo per prendere coscienza della
propria posizione.
Il carattere REI è composto dei due elementi: SHIMESU e YUTAKA.
-
Shimesu: Lo spirito divino disceso sull'altare.
-
Yutaka: La montagna e il vaso sacrificale di legno che contiene il nutrimento:
due chicchi di riso, il recipiente colmo di cibo, l'abbondanza.
Questi due elementi danno l'idea di un altare abbondantemente provvisto di
offerte di cibo davanti al quale si aspetta la discesa del divino... la
celebrazione.
GI: L'uomo e l'ordine. Indica ciò che è ordine e costituisce un
modello.
REIGI è dunque all'origine di ciò che governa la celebrazione del
sacro. È
probabile che questo senso si sia esteso in seguito alle relazioni umane quando
si è dovuto instaurare il cerimoniale che governa i rapporti gerarchici
tra gli
uomini.
"
REIGI SAHO potrebbe essere tradotto con "le regole dell'etichetta", che
corrisponde al significato fornito dai dizionari occidentali.
In modo più pragmatico, si può dire che l'etichetta costituisce
un codice il
cui significato può essere compreso solo dagli iniziati, cioè da
coloro che
hanno acquisito i primi elementi nella conoscenza e/o lo studio di una scienza,
di un'arte o di una data pratica. Questo codice è il segno distintivo di
un
gruppo o di una relazione particolare. L'etichetta conduce il novizio allo
stesso tempo nella comunità dei praticanti (shugyo-sha) e nel mondo dei
valori
spirituali. Gli spiega il comportamento e la storia del suo gruppo, ma anche i
suoi miti e le tradizioni.
L'etichetta racconta la storia di tutti gli avvenimenti che hanno contribuito a
rendere così com'è l'arte che oggi pratichiamo, "perché"
le cose sono quello
che sono e "come" sono arrivate fino a noi. È quindi importante
conservarla
accuratamente e trasmetterla intatta alle nuove generazioni di praticanti.
L'etichetta è costituita da un insieme di gesti non "utili". Non che non
servano a niente, ma diciamo che potrebbero essere tralasciati. Questi non sono
materialmente redditizi e possono essere considerati, da qualcuno, solo una
perdita di tempo. Il loro scopo non è l'efficacia immediata e dunque non
sono
spontanei come quelli che agiamo quotidianamente senza neppure pensarci.
Richiedono da chi li esegue una vigilanza costante e, in questo senso,
contribuiscono a sviluppare lo ZANSHIN del praticante (letteralmente tradotto:
lo spirito rimanente o la presenza - qui ed ora - di spirito).
La sua ragione d'essere non risiede dunque nella sua utilità, né
nella
redditività, ma nella gratuità di quello che induce. Il gesto
mette in gioco
tutto il corpo, o anche una sua sola parte, per permettere al praticante di
riunire il suo spirito a tutto ciò che sfugge ai suoi sensi.
Perché una cosa sia ben fatta, bisogna farla come fu fatta la prima
volta,
impregnarsi dello stato d'animo che prevalse al momento della sua nascita e
partecipare così alla sua perpetuazione.
La ripetizione simbolica del gesto implica dunque una riproduzione di quello
originale e dell'energia che lo creò, con la sua purezza, la sua
efficienza e
la sua virtualità intatte.
In quanto simbolo, è carico di significati e deve divenire "segno" per
quelli
che lo fanno come per coloro che lo vedono fare. Deve essere semplice, bello,
sereno (senza tensione o precipitazione), giusto ed armonioso.
La sua ripetizione rigorosa crea lo stato d'animo che permette di costruire la
tabula rasa
sulla quale il praticante iscriverà le rivelazioni successivamente
acquisite,
quelle che potranno aprirgli le porte dello spirito. (In Iai, per esempio, il
gesto eseguito dalla mano sinistra sul
sageo
per metterlo sotto la spada, dopo essersi seduti in seiza; o in Aikido, al
momento del saluto agli avversari prima di
taninzu kakari geiko
.)
L'etichetta non vive unicamente in una realtà "immediata". Il suo
simbolismo
potrebbe esprimersi in questo modo: non si diventa un vero praticante se non
quando si smette di essere un uomo biologico, meccanico. Dimostra che il vero
praticante - lo "spirituale" - non è il risultato di un processo
naturale: si
costruisce. La "funzione" dell'etichetta potrebbe dunque essere di rivelare
simbolicamente, a chi pratica, il senso profondo dell'esistenza e di aiutarlo
ad assumersi la responsabilità di essere un "Uomo Totale" e, in
conseguenza, di
partecipare all'evoluzione spirituale della sua specie.
Studiando e rispettando l'etichetta, non si perderà di vista che lo
scopo della
ricerca è, in fondo, la conoscenza dell'uomo, di sé. Così,
l'etichetta
costituisce un processo, un'esperienza essenziale nella progressione del
praticante se vuole arrivare a penetrare il messaggio ultimo del budo;
cioè
essere capace di accettare pienamente il proprio modo di essere.
Ma a ben guardare, l'etichetta è fossilizzata solo apparentemente. E
anche se
oggi ci si accontenta di imitare all'infinito i gesti trasmessi, non possiamo
ignorare le innumerevoli trasformazioni che l'etichetta ha subito nel corso
della sua storia.
2 - L'etichetta - come?
" Il carattere degli uomini non si mostra mai meglio
come nelle cose che appaiono senza importanza. "
(Proverbio del mondo)
Sarebbe pretenzioso voler redigere una lista esaustiva dell'insieme delle
regole dell'etichetta. Inoltre, alcune di queste regole possono differire da un
paese all'altro o, più precisamente, da una cultura all'altra.
Così, in
Giappone, è inconcepibile l'idea di piegare la propria hakama sul tatami,
mentre questo procedimento sembra essere stato adottato in tutti gli altri
paesi del globo. L'etichetta, comunque, esige che il praticante non pieghi la
sua hakama con le spalle rivolte al kamiza. Questo esempio illustra come le
regole dell'etichetta non siano incise su pietra e debbano necessariamente
adattarsi, soprattutto quando sono state concepite da una cultura diversa dalla
propria. Se in Aikido le regole dell'etichetta sembrano relativamente uniformi,
non accade lo stesso in altre discipline marziali come, per esempio, lo Iai,
dove l'etichetta può variare da una scuola all'altra al punto di sembrare
contraddittorie (es.: la posizione della spada al momento del saluto al kamiza
o alla spada stessa).
In un contesto più religioso, il segno della croce non è eseguito
nello stesso
modo dai Cattolici, gli Ortodossi, i Protestanti, i Copti, i Giacobisti ed
altri. Ma tutti, senza eccezione, fanno un gesto che simbolizza la croce e la
passione di Cristo.
Queste differenze, in apparenza discordanti, dimostrano allo stesso tempo
differenza e coerenza della natura umana. Giustificano la molteplicità
di forme
e confermano l'universalità dei principi.
A questo punto, è interessante rilevare la strana omonimia tra le parole
ETICA
e ETICHETTA : in effetti la morale non concerne forse le regole di condotta?
Non è nostra intenzione fare un inventario e fissare un repertorio di
regole
dell'etichetta marziale attraverso la storia e le culture. L'idea sarebbe
interessante ma va al di là dello spazio di questa esposizione, anche se
permetterebbe di comprendere fino a che punto i nostri comportamenti sono
condizionati dal rapporto con gli altri, siano essi amici o nemici. Potremmo
considerare, ad esempio, che il divieto di portare armi ha permesso di
salutarsi stringendosi la mano, cosa che prima era inconcepibile. Potremmo
comprendere che il gesto di brindare era condizionato dal fatto che mescolare i
liquidi, nel momento in cui i bicchieri picchiavano l'un contro l'altro,
permetteva di verificare che non fosse stato versato veleno in uno di essi.
Così, un buon numero di gesti ancora oggi utilizzati nel nostro agire
relazionale era in origine condizionato dalla necessità di essere vigili
in
tutte le circostanze, potremmo dire in stato di guardia permanente. A maggior
ragione, questa vigilanza era richiesta soprattutto a quelli che sceglievano il
mestriere delle armi e per i quali la minima disattenzione poteva essere fatale.
Così, questa esposizione si limiterà ad enunciare qualche
principio di base che
dovrebbe permettere al praticante di ritrovarsi e, soprattutto, di capire che
l'etichetta è più una questione di coscienza che di conoscenza.
Fedeli alla didattica del budo giapponese classico, vi proponiamo di abbordare
il "come?" sotto forma di
tandoku renshu
(lavoro individuale),
sotai renshu
(lavoro a due) e
tameshi giri
(esercizio di taglio), che trasponiamo in questo modo:
-
etichetta in rapporto a sé stessi;
-
etichetta in rapporto agli altri praticanti ed al dojo;
-
etichetta in rapporto all'altro e alla società.
(Continua)
Daniel Leclerc
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