Reishiki - L'Etichetta
Prima parte - Generalità



PREAMBOLO

Prima di introdurre lo studio propriamente detto del REISHIKI, sembra utile ricordare la differenza essenziale e, potremmo dire, esistenziale, tra il BUJUTSU inteso come ARTE MARZIALE e il BUDO, di cui la traduzione più fedele sarebbe DISCIPLINA o VIA MARZIALE. In effetti, ciascuno dei due dispone di un reishiki, ma con differenti finalità. Nel primo caso, il comportanento ed i gesti sono condizionati dalla necessità di poter rispondere istantaneamente ed efficacemente alla minima minaccia, al più piccolo cenno di aggressione; mentre nel secondo caso, data la connotazione non guerresca, il rispetto dell'etichetta è dettato da considerazioni d'ordine essenzialmente spirituale.

In sostegno di questa tesi, proponiamo qualche passaggio del libro di Donn F. Draeger "Budo classico".


pp. 37-41

" La nascita del budo classico fu rilevata dalla modifica della parola "bujutsu", la denominazione dell'ideogramma di "justsu" - "arte" - che venne cambiata in "do", la "via". Tale innovazione annunciava il desiderio dell'uomo di coltivare una consapevolezza della propria natura spirituale attraverso l'esercizio di discipline che lo avrebbero condotto a uno stato di realizzazione dell'Io. È questo l'obiettivo che è alla base della differenza principale tra una disciplina marziale classica qualificata come "jutsu" e una definita "do".

In origine il bujutsu, o arti marziali, era improntato maggiormente a imprese di natura tecnica. Durante il periodo Tokugawa, tuttavia, quando l'esigenza e la cura delle tecniche di combattimento diminuirono, emerse la fase dell'"arte" del "dimenticare la tecnica", del "dimenticare l'Io". Si tratta del livello del do. L'etica di questa fase venne chiaramente espressa da Yagyu Tajima no Kami: "Tutte le armi volte a uccidere sono nefaste e non debbono mai essere usate, a eccezione di circostanze di estrema necessità. Se mai qualcuna dovrà essere usata, tuttavia, che sia solo per punire la malvagità e non per privare quacuno della propria vita. L'apprendimento è il primo requisito necessario per comprendere tale concetto. Non si tratta però di mera erudizione, quanto di un varco attraverso il quale si viene condotti nel luogo adatto a conversare con il mastro. Il maestro è il Tao, la verità".

Sebbene abbia origine dalla stessa base tecnica del bujutsu, il budo classico non venne creato per essere al servizio del guerriero nel corso del combattimento. Alcune forme del bujutsu, ma non tutte, furono modificate per l'addestramento al budo e rimodellate in senso metafisico. Laddove il bujutsu enfatizzava la forma da utilizzare al fine di ottenere un risultato efficace nel combattimento, il budo sottolineava per contro la forma della quale avvalersi comme mezzo per acquisire l'autoperfezionamento. L'addestramento nel budo si reputava pertanto mirato a "valori più elavati" di quelli del bujutsu.

Essendo nati in un periodo di pace, e non dovendo sostenere prove di combattimento, la maggior parte di coloro che contribuirono allo sviluppo del budo ritenevano che rinunciando agli intenti guerreschi del bujutsu, non sarebbe andato perso nulla di essenziale.

...

Occorre comprendere, tuttavia, che il budo non sorse quale genere di divertimento sociale, di sport o come metodo per esibire la mera maestria di natura estetica. Esso intendeva essere un complesso di discipline austere che impegnano ed educano la mente in modo diretto, e che si pongono al servizio della propria vita quotidiana attraverso un processo di addestramento specifico e prolungato. Il budo classico, infatti, si propone di essere un qualcosa di ordine pratico, di fornire un modello di comportamento per la vita e l'Io.

Intraprendendo lo studio del budo per divertimento o per capriccio, è impossibile giungere alla vera conoscenza. Il fine della perfezione dell'Io richiede tempo e sacrificio, e attenersi all'insegnamento impartito è sempre più importante dell'avere fretta. I fondatori dei vari sistemi del budo classico prescrivevano certe discipline al fine di aprire l'occhio della mente. Tali discipline sono analoghe al puro misticismo introspettivo: è possibile penetrare l'esperienza mistica solo attraverso la partecipazione diretta. La legge della partecipazione, alla quale obbediscono tutte le discipline classiche, non consente alcuna eccezione. Il budo classico rivela il proprio significato solo a coloro che danno prova di essere solerti e impiegano mente e corpo in un addestramento rigoroso. Per gli altri, "la via", o do - il "fuoco della verità" - rimarrà sempre chiusa. Ma anche per coloro che sono già "entrati", occorreranno molti anni di stoico addestramento per conseguire una valutazione reale del significato del budo classico.

I padri del budo classico consideravano la forma quale forza attiva nella vita giornaliera dell'uomo. Essi scelsero e adattarono alcuni aspetti della forma sviluppati in precedenza dai bushi tradizionali per l'impiego nel bujutsu. Tale adattamento non fu casuale. I creatori del budo erano infatti geni singolarmente creativi. Le azioni specifiche delle tecniche utilizzate nelle discipline del budo erano quelle che più verosimilmente sono suscettibili di condurre a un'intensa concentrazione. Ogni movimento veniva considerato come l'espressione naturale dell'uomo in azione. Tutti erano sottilmente connessi tra loro in modo tale che se uno degli elementi maggiori fosse stato rimosso, l'azione risultante sarebbe stata considerevolmente indebolita nella ricerca della perfezione spirituale.

...

Considerare gli stili del budo classico una religione rappresenta senza dubbio un errore. Non si tratta di una cerimonia o di un rituale, o di uno strumento per l'esercizio dell'etichetta, né sono previsti atti di abilità o destrezza eseguiti per fini religiosi o solenni. È vero che il budo classico si basa su ciò che equivale a una pratica religiosa, ovvero la devota aderenza agli aspetti manuali della forma, ma il fine principale è quello di tirare con l'arco, di saper maneggiare la spada o le altre armi ; queste debbono essere utilizzate spiritualmente, secondo il principio informatore "un colpo, una vita". Laddove manchi tale presupposto, qualunque azione risulterà priva di significato.

L'essenza delle convenzionali regole di comportamento del bushi tradizionale si fonda sull'autodifesa. Ma tale etichetta rappresentava solo un fattore di secondaria importanza, un esercizio di equilibrio e compostezza. Se non si è in grado di comprendere questo concetto, il bujutsu classico rimane privo di significato, una vana cura della forma. Per esempio, quando il guerriero tradizionale, nell'assumere la posizione seduta-inginocchiata (seiza) o accosciata (iai-goshi), appoggiava prima il ginocchio sinistro (una questione di forma, in merito alla quale non era tollerata alcuna eccezione), lo faceva giacchè in caso di necessità sarebbe stato in grado di sguainare rapidamente la spada che portava sul fianco sinistro. Questa affascinante posizione era quindi condizionata dalla necessità pratica di potersi muovere il più velocemente possibile nell'eventualità di una minaccia incombente. E quando si alzava in piedi, il ginocchio destro precedeva il sinistro così da poter estrarre la spada senza impedimenti.

I fondatori delle discipline del budo classico tendevano a ignorare i significati militari celati dietro l'uso che faceva il guerriero della forma fisica e dell'etichetta; adottando i modi tipici del guerriero, infatti, essi attribuivano la massima importanza all'etichetta, ma non all'utilità. La cortesia è importante quanto la condotta nell'esecuzione nelle tecniche di budo classico, in quanto contribuisce a sviluppare l'eleganza del movimento perfezionato e la serinità, ed è connessa con la crescita dell'uomo totale. Nell'insistere sulla corretta forma fisica, nel senso sia della tecnica sia dell'etichetta, i rappresentanti delle varie forme del budo classico garantivano il conseguimento dell'autodisciplina di livello più elevato.

Sebbene il budo classico si fondi sulla forma e in assenza di questa possa esistere solo in teoria, essa non è che un elemento esteriore o visuale del budo. Vi è altresi un fattore spirituale che va preso in considerazione. La forma non è che la materializzazione dello spirito, ed è pertanto caratteristico delle discipline del budo classico ricercare l'essenza che si cela dietro la forma stessa. La forma costituisce la cornice di ciò che ne scaturisce : l'attività dello spirito ; tralasciare la forma significa che non vi è più nulla che possa servire il suo "detentore", lo spirito. Il dominio della forma non è che un elemento, per quanto importante, del quale occorre assicurarsi lungo "la via". Alla fine, la forma verrà abbandonata, così da poter raggiungere lo stadio finale della crescita personale: la perfezione dell'Io.

Il budo classico costituisce una testimonianza della trasformazione delle tecniche basate sul senso comune e secoli di esperienza nel combattimento in "sistema di vita" pacifico. La concezione etica confuciana dell'organizzazione sociale si riscontra nei sistemi del budo soprattutto nel rilievo attribuito alle responsabilità sociali dell'uomo. Partendo dagli elementi taoisti, il budo sottolinea ciò che vi di naturale e spontaneo nell'essere umano. In tal modo, esso agisce come veicolo di educazione morale e sovramorale e, in quanto tale, viene considerato non come uno strumento per uccidere, ma come mezzo attraverso il quale l'individuo può aspirare alla perfezione morale. Tale risalto alla sfera morale delle attività umane costituisce una caratteristica fondamentale del budo classico. Sebbene il bujutsu e il budo tradizionali condividano l'interesse per la moralità, sono le differenze nelle priorità attribuite agli atti morali che li distinguono. Considerando il bujutsu e il budo come forme tridimensionali, si evidenziano infatti le seguenti priorità:

  • bujutsu classico : 1) combattimento, 2) disciplina, 3) moralità
  • budo classico : 1) moralità, 2) disciplina, 3) forma estetica.
L'emergere del budo classico fu favorito dai mutamenti sociali verificatisi durante il periodo Edo. Di conseguenza, ciò che un tempo veniva utilizzato come addestramento per la battaglia (bujutsu) da parte dell'oligarchia aristocratica (i guerrieri tradizionali), fu modificato in modo tale da diventare la base per un sistema di preparazione che l'uomo comune avrebbe potuto adottare anche nella vita quotidiana (budo).
"

Capitolo 8 - p. 138

"I loro esercizi sono battaglie senza spargimento di sangue."
Giuseppe Flavio

...

"È certamente vero che il budo classico è stato creato da uomini che cercavano di fuggire dalle pastoie sociali della società feudale. Ma l'esponente moderno delle discipline classiche non deve aspettarsi di entrare e quindi di rimanere al di là del mondo sociale attraverso la pratica di queste discipline. Una peculiarità delle forme del do classico è che conducono l'allievo a cercare la libertà, ma in conformità con il vincolo sociale. Egli si è offerto spontaneamente (è importante non dimenticare questa motivazione essenziale) per percorrere "la via", essendo consapevole che il significato della vita risiede nel fare, nel processo del fare, piuttosto che nel risultato finale, nel compimento ultimo. Solo con questa disposizione d'animo riuscirà a elevarsi al di là del mero Io e a raggiungere l'autorealizzazione.

Alcuni commettono l'errore di criticare lo stesso budo classico, piuttosto che le carenze di alcuni dei suoi sedicenti seguaci, come gli allievi che intraprendono lo studio di queste discipline senza lo spirito adeguato. Le persone superficiali troveranno il superficiale ovunque vadano, ma l'essenza del budo classico ha un'interiorità inesplorata. Secondo un vecchio proverbio giapponese, "solo il pesce più forte osa nuotare in alto mare", e lo stesso vale per l'esponente che fa del budo classico lo studio di tutta una vita. Queste discipline diventano uno stile di vita per lui, non un mero impegno parziale; diventano un modo di percepire, di fare, di essere. L'esponente deve apportare costantemente allo studio qualcosa che provenga dal suo Io interiore, e pensare che dovrà dare sempre più di quanto si aspetti di poter ricevere.

Il budo classico non è un qualcosa di poco conto iniziato per divertimento o per capriccio. E non va intrapreso per puro piacere personale o come passatempo. Coloro che intendono utilizzare il dojo per puro esibizionismo, per pavoneggiarsi, per arrivismo, per fare quattro chiacchiere o qualche pettegolezzo non sono ancora riusciti ad afferrare il fatto che la profondità del budo classico supera l'amore per l'Io. Il budo classico è figlio dei valori giapponesi tradizionali, il carattere oggettivo dei quali è di ordine culturale. Per un non giapponese che non intende essere "giapponesizzato", è consigliabile evitare di intraprendere lo studio del budo classico, giacché la sua disciplina opera conformemente a uno stile marcatamente giapponese. Se il budo classico dovesse essere cambiato per conformarsi alle inclinazioni delle società non giapponesi, non sarebbe più il budo classico giapponese.

Nel budo classico, è lo spirito dell'autoperfezione, piuttosto che dell'autodifesa, a rappresentare il valore supremo. Queste discipline non sono volte a servire quali sistemi di autodifesa, e a riprova di questo vi è infatti da considerare che i massimi esperti sono rinomati più per aver perfezionato la propria indole, che per l'abilità nel combattere. Se è un sistema di autodifesa che il lettore intende trovare, è consigliabile allora che cerchi nel campo del bujutsu classico o delle moderne discipline derivate, sviluppate proprio a tale scopo."



Mi è sembrato preferibile mettere questo estratto, un po' lungo in verità, come preambolo piuttosto che alla fine della mia esposizione perché si è rivelato indispensabile per cogliere il senso e lo scopo del reishiki. Se il praticante vuole comprendere la ragione d'essere del reishiki, dovrà far sua l'idea che intraprendendo lo studio di un budo - e M. Ueshiba ha concepito l'Aikido in questo senso - si impegna sulla via, lunga ed incerta, del perfezionamento del suo essere. Altrimenti, la pratica non sarà che "una vana cura della forma", per quanto dotato possa essere il praticante stesso.

In effetti, come potrebbe egli essere interessato a sapere perché saluta il muro sul quale è affisso il ritratto di O'Sensei all'inizio e al termine di ogni corso ? Perché dover sistemare correttamente gli zori prima di salire sul tatami? Perché salutare l'avversario prima e dopo aver lavorato con lui? Perché preparare le armi ogni volta senza necessariamente sapere se saranno utilizzate? Perché piegare accuratamente la sua hakama finita la lezione? Perché salutare la sua spada? A queste e molte altre domande il praticante dovrà cercare di trovare una risposta, se vuole approfondire il senso e lo scopo della sua pratica.

Sovente trascurata da un gran numero di praticanti, per ignoranza o indifferenza, l'etichetta riveste un ruolo di importanza primaria, anche quando non si riscontri un'applicazione marziale. E tra l'altro non è appannaggio del budo giapponese. Già: potremmo immaginare un grande Chef, che dando per scontata la bontà e la nomea della sua arte culinaria, si metta a servire le sue specialità nella casseruola dove sono state preparate? Certo non sarebbero meno succulente. Ma proprio per questo devono essere presentate nel modo migliore, non fosse altro che per valorizzarle ancor più. Una loro accurata presentazione, dunque, concorrerà a creare l'ambiente ideale perché possano essere pienamente e totalmente apprezzate. Un allestimento, in apparenza inutile, denota la ricerca deliberata di raffinatezza, delicatezza ed armonia, fino al più piccolo dettaglio. Questa ricerca, esattamente come lo studio della tecnica, fa parte integrante della Via, del DO, nel senso che ci aiuta a prendere coscienza di ogni minimo fatto e gesto e, per estensione, a prendere coscienza del nostro posto nell'Universo.

È noto che grazie all'apporto dello Zen, la civiltà giapponese ha spinto quest'arte della raffinatezza sino al parossismo: un esempio su tutti è la cerimonia del thè (CHA-DO), visto che la degustazione ne costitiuisce la parte certamente meno importante.

È vero che l'indifferenza è un stato di spirito che il solo sapere non può trasformare, ma con questo scritto ci si augura almeno di alzare il velo dell'ignoranza fornendo qualche risposta, o qualche suggerimento, capace di aprire gli occhi ai praticanti su questo aspetto della Via in apparenza inutile. Inoltre, l'osservanza del reishiki non richiede nessuna attitudine fisica o intellettuale particolare ma soltanto l'apertura e la disponibilità di spirito di colui che la segue.

In un primo tempo tratteremo alcuni dei diversi aspetti dell'etichetta: accademico, etimologico (giapponese), filosofico, spirituale, metafisico… In una parola, il "perché" del suo esistere. Poi abborderemo il "come", organizzandolo in tre capitoli:
  1. l'etichetta personale - quindi in rapporto a sé stessi, alla propria persona,
  2. l'etichetta in rapporto alla pratica - alla comunità dei praticanti, al dojo, etc.
  3. l'etichetta in rapporto alla società - alla comunità degli uomini.
Ben inteso, l'argomento sarà sviluppato principalmente in funzione dei criteri propri al budo, ma vedremo come questo possa oltrepassare largamente il contesto del dojo.

1 - Perché l'etichetta? - Definizioni

L'etichetta è l'insieme delle forme cerimoniali che sottolineano i rapporti tra i particolari e che costituiscono le regole di comportamento e di convenienza da osservarsi in un dato contesto come ad esempio la corte di un monarca, un luogo di culto, una qualunque celebrazione profana o religiosa, sociale o privata. Questo per quanto riguarda la sua definizione formale ed accademica.

È importante precisare che l'etichetta va considerata in rapporto alla storia e alla struttura del gruppo o della società che l'ha istituita, ma che implica necessariamente un'esperienza esistenziale. In più, come ciascuno avrà potuto constatare, molte realtà possono coesistere in una stessa cultura.

Nella civiltà giapponese, esistono molte parole concernenti l'etichetta : REISHIKI, REIHO, REIGI, REIGI SAHO.

Tutte queste parole sono composte dall'ideogramma REI che significa letteralmente "saluto".

SHIKI significa "cerimonia". REISHIKI si potrebbe dunque tradurre con "cerimoniale".

HO significa "legge". REIHO sarebbe dunque "l'etichetta" propriamente detta poiché si tratta delle leggi che regolano il "saluto".

REIGI è il termine usato da N. Tamura nel suo libro "AIKIDO - étiquette et transmission":

" REI si traduce semplicemente "il saluto".

Ma REI riunisce le nozioni di educazione, cortesia, gerarchia, rispetto e gratitudine.

REIGI (l'etichetta) è l'espressione del mutuo rispetto all'interno della società. E lo si può anche considerare come un mezzo per comprendere la propria collocazione nei confronti degli altri. Si può dire dunque che è il modo per prendere coscienza della propria posizione.

Il carattere REI è composto dei due elementi: SHIMESU e YUTAKA.
  • Shimesu: Lo spirito divino disceso sull'altare.
  • Yutaka: La montagna e il vaso sacrificale di legno che contiene il nutrimento: due chicchi di riso, il recipiente colmo di cibo, l'abbondanza.
Questi due elementi danno l'idea di un altare abbondantemente provvisto di offerte di cibo davanti al quale si aspetta la discesa del divino... la celebrazione.

GI: L'uomo e l'ordine. Indica ciò che è ordine e costituisce un modello.

REIGI è dunque all'origine di ciò che governa la celebrazione del sacro. È probabile che questo senso si sia esteso in seguito alle relazioni umane quando si è dovuto instaurare il cerimoniale che governa i rapporti gerarchici tra gli uomini.
"

REIGI SAHO potrebbe essere tradotto con "le regole dell'etichetta", che corrisponde al significato fornito dai dizionari occidentali.

In modo più pragmatico, si può dire che l'etichetta costituisce un codice il cui significato può essere compreso solo dagli iniziati, cioè da coloro che hanno acquisito i primi elementi nella conoscenza e/o lo studio di una scienza, di un'arte o di una data pratica. Questo codice è il segno distintivo di un gruppo o di una relazione particolare. L'etichetta conduce il novizio allo stesso tempo nella comunità dei praticanti (shugyo-sha) e nel mondo dei valori spirituali. Gli spiega il comportamento e la storia del suo gruppo, ma anche i suoi miti e le tradizioni.

L'etichetta racconta la storia di tutti gli avvenimenti che hanno contribuito a rendere così com'è l'arte che oggi pratichiamo, "perché" le cose sono quello che sono e "come" sono arrivate fino a noi. È quindi importante conservarla accuratamente e trasmetterla intatta alle nuove generazioni di praticanti.

L'etichetta è costituita da un insieme di gesti non "utili". Non che non servano a niente, ma diciamo che potrebbero essere tralasciati. Questi non sono materialmente redditizi e possono essere considerati, da qualcuno, solo una perdita di tempo. Il loro scopo non è l'efficacia immediata e dunque non sono spontanei come quelli che agiamo quotidianamente senza neppure pensarci. Richiedono da chi li esegue una vigilanza costante e, in questo senso, contribuiscono a sviluppare lo ZANSHIN del praticante (letteralmente tradotto: lo spirito rimanente o la presenza - qui ed ora - di spirito).

La sua ragione d'essere non risiede dunque nella sua utilità, né nella redditività, ma nella gratuità di quello che induce. Il gesto mette in gioco tutto il corpo, o anche una sua sola parte, per permettere al praticante di riunire il suo spirito a tutto ciò che sfugge ai suoi sensi.

Perché una cosa sia ben fatta, bisogna farla come fu fatta la prima volta, impregnarsi dello stato d'animo che prevalse al momento della sua nascita e partecipare così alla sua perpetuazione. La ripetizione simbolica del gesto implica dunque una riproduzione di quello originale e dell'energia che lo creò, con la sua purezza, la sua efficienza e la sua virtualità intatte. In quanto simbolo, è carico di significati e deve divenire "segno" per quelli che lo fanno come per coloro che lo vedono fare. Deve essere semplice, bello, sereno (senza tensione o precipitazione), giusto ed armonioso.

La sua ripetizione rigorosa crea lo stato d'animo che permette di costruire la tabula rasa sulla quale il praticante iscriverà le rivelazioni successivamente acquisite, quelle che potranno aprirgli le porte dello spirito. (In Iai, per esempio, il gesto eseguito dalla mano sinistra sul sageo per metterlo sotto la spada, dopo essersi seduti in seiza; o in Aikido, al momento del saluto agli avversari prima di taninzu kakari geiko .)

L'etichetta non vive unicamente in una realtà "immediata". Il suo simbolismo potrebbe esprimersi in questo modo: non si diventa un vero praticante se non quando si smette di essere un uomo biologico, meccanico. Dimostra che il vero praticante - lo "spirituale" - non è il risultato di un processo naturale: si costruisce. La "funzione" dell'etichetta potrebbe dunque essere di rivelare simbolicamente, a chi pratica, il senso profondo dell'esistenza e di aiutarlo ad assumersi la responsabilità di essere un "Uomo Totale" e, in conseguenza, di partecipare all'evoluzione spirituale della sua specie.

Studiando e rispettando l'etichetta, non si perderà di vista che lo scopo della ricerca è, in fondo, la conoscenza dell'uomo, di sé. Così, l'etichetta costituisce un processo, un'esperienza essenziale nella progressione del praticante se vuole arrivare a penetrare il messaggio ultimo del budo; cioè essere capace di accettare pienamente il proprio modo di essere.

Ma a ben guardare, l'etichetta è fossilizzata solo apparentemente. E anche se oggi ci si accontenta di imitare all'infinito i gesti trasmessi, non possiamo ignorare le innumerevoli trasformazioni che l'etichetta ha subito nel corso della sua storia.

2 - L'etichetta - come?

" Il carattere degli uomini non si mostra mai meglio come nelle cose che appaiono senza importanza. "
(Proverbio del mondo)

Sarebbe pretenzioso voler redigere una lista esaustiva dell'insieme delle regole dell'etichetta. Inoltre, alcune di queste regole possono differire da un paese all'altro o, più precisamente, da una cultura all'altra. Così, in Giappone, è inconcepibile l'idea di piegare la propria hakama sul tatami, mentre questo procedimento sembra essere stato adottato in tutti gli altri paesi del globo. L'etichetta, comunque, esige che il praticante non pieghi la sua hakama con le spalle rivolte al kamiza. Questo esempio illustra come le regole dell'etichetta non siano incise su pietra e debbano necessariamente adattarsi, soprattutto quando sono state concepite da una cultura diversa dalla propria. Se in Aikido le regole dell'etichetta sembrano relativamente uniformi, non accade lo stesso in altre discipline marziali come, per esempio, lo Iai, dove l'etichetta può variare da una scuola all'altra al punto di sembrare contraddittorie (es.: la posizione della spada al momento del saluto al kamiza o alla spada stessa).

In un contesto più religioso, il segno della croce non è eseguito nello stesso modo dai Cattolici, gli Ortodossi, i Protestanti, i Copti, i Giacobisti ed altri. Ma tutti, senza eccezione, fanno un gesto che simbolizza la croce e la passione di Cristo.

Queste differenze, in apparenza discordanti, dimostrano allo stesso tempo differenza e coerenza della natura umana. Giustificano la molteplicità di forme e confermano l'universalità dei principi.
A questo punto, è interessante rilevare la strana omonimia tra le parole ETICA e ETICHETTA : in effetti la morale non concerne forse le regole di condotta?

Non è nostra intenzione fare un inventario e fissare un repertorio di regole dell'etichetta marziale attraverso la storia e le culture. L'idea sarebbe interessante ma va al di là dello spazio di questa esposizione, anche se permetterebbe di comprendere fino a che punto i nostri comportamenti sono condizionati dal rapporto con gli altri, siano essi amici o nemici. Potremmo considerare, ad esempio, che il divieto di portare armi ha permesso di salutarsi stringendosi la mano, cosa che prima era inconcepibile. Potremmo comprendere che il gesto di brindare era condizionato dal fatto che mescolare i liquidi, nel momento in cui i bicchieri picchiavano l'un contro l'altro, permetteva di verificare che non fosse stato versato veleno in uno di essi. Così, un buon numero di gesti ancora oggi utilizzati nel nostro agire relazionale era in origine condizionato dalla necessità di essere vigili in tutte le circostanze, potremmo dire in stato di guardia permanente. A maggior ragione, questa vigilanza era richiesta soprattutto a quelli che sceglievano il mestriere delle armi e per i quali la minima disattenzione poteva essere fatale.

Così, questa esposizione si limiterà ad enunciare qualche principio di base che dovrebbe permettere al praticante di ritrovarsi e, soprattutto, di capire che l'etichetta è più una questione di coscienza che di conoscenza.

Fedeli alla didattica del budo giapponese classico, vi proponiamo di abbordare il "come?" sotto forma di tandoku renshu (lavoro individuale), sotai renshu (lavoro a due) e tameshi giri (esercizio di taglio), che trasponiamo in questo modo:
  1. etichetta in rapporto a sé stessi;
  2. etichetta in rapporto agli altri praticanti ed al dojo;
  3. etichetta in rapporto all'altro e alla società.
(Continua)

Daniel Leclerc




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